API REGINE

testo e regia Magdalena Barile

 

con Simona Arrighi, Giorgia Coco, Laura Croce,

Sandra Garuglieri, Iacopo Reggioli

 

costumi Clotilde

 

scene e luci Silvia Avigo

 

produzione AttoDue/Murmuris

 

anteprima nazionale – Kilowatt Festival di Sansepolcro (AR), lunedì 16 luglio ore 21.45

 

 

“Per bene che ci vada, la vita in questa società è una noia sconfinata. E poiché non esiste aspetto in questa società che abbia la minima rilevanza per le donne, alle femmine dotate di spirito civico, responsabili e avventurose non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione completa e distruggere il sesso maschile”.

Valerie Solanas, SCUM (1967)

 

 

In un futuro fantastico le donne hanno preso il potere e spazzato via diecimila anni di patriarcato. Si ispirano al modello sociale dell’alveare dove la divisione in caste è molto rigida e le femmine regnano incontrastate sui maschi, i fuchi, che muoiono appena dopo l’accoppiamento. Dopo secoli di separatismo, in una delle scuole dell’alveare viene accettato il primo allievo maschio. È una nuova era di uguaglianza o l’ultimo fallimento di una società basata sul predominio di genere?

 

 

API REGINE: La creazione di un mondo fantastico

 

Note di regia: la scena, le luci, i costumi, le musiche

 

Api regine porta in scena un sogno, o forse un incubo. È una favola nera che riverbera suggestioni del nostro tempo, ma le proietta in un mondo altro, un universo a sé, per creare il quale l’immaginazione deve partire quasi da zero: una sfida doppia per le interpreti e per gli artisti che ne hanno disegnato le forme e creato colori e ombre.

Nel mondo delle Api Regine, le donne, sole padrone di un futuro imprecisato, hanno lavorato a fondo per rafforzare le energie sottili del pensiero e il dominio fisico sugli elementi, per stabilire un’alleanza con una natura immensa e incontaminata in una sorta di progresso mistico, che espande le percezioni. Il ritorno alla natura non è stato accompagnato da un imbarbarimento dei costumi, ma piuttosto da un ordinamento austero, votato all’eterna giovinezza, che ha nella natura e nelle sue geometrie la sua scenografia ideale. Strutture sociali simili ad alveari, prati e boschetti come luoghi del potere e della conoscenza, la pappa reale come unico completo nutrimento per corpo e mente, micidiali pungiglioni pronti a uccidere.

Quando abbiamo cominciato a pensare alla messa in scena di questa favola fanta-gotica, è stato come lavorare al progetto di un mondo nuovo.

L’elemento esoterico è una componente molto forte. Le regine dialogano fra loro mentalmente, riescono a spostare oggetti col pensiero, “vedono” cose che sfuggono alle leggi della materia. Oltre al luogo fisico era necessario suggerire un altro luogo la cui dimensione è sospesa, un luogo delle apparizioni e delle sparizioni, un antro mentale che nella sua forma avrebbe rappresentato anche il cuore pulsante dell’alveare. Silvia Avigo, scenografa, ha costruito un grande bozzolo esagonale che ricorda le celle degli alveari, una scatola magica, un santuario naturale che ha la forma ancestrale di un grande idolo ma anche quella di un’astronave puntata verso lo spazio. Le luci, sempre curate da Silvia Avigo, restituiscono il contrasto fra la luce diurna della natura incontaminata e quella delle visioni, delle pieghe interne e dei cunicoli dell’alveare che si svelano come squarci delle menti delle protagoniste.

Anche la scelta dei costumi non era affatto semplice. L’azione, come si è detto, è ambientata in un mondo fantastico, ma gli elementi della narrazione sono umani e terreni. La scuola per fanciulle, che è il contesto nel quale si muovono le protagoniste, ricorda per certi versi un collegio o un convento dove accadono prodigi, ma se l’istituzione costringe all’uniformità dei costumi per la sua natura fantastica e un po’ folle, gli abiti delle regine non dovevano avere tempo né essere monotoni. L’incontro con il Clotilde atelier di fashion design ha dettato la perfetta scelta degli abiti. Le creazioni di Clotilde – Silvia Bartolini e Costanza Turchi – non sono abiti ma idee in tessuto in continuo movimento. Clotilde ha ideato una linea di capi trasformisti, variabili per volumi, lunghezze, abbottonature: la soluzione perfetta per creare le giuste differenze tra i personaggi pur mantenendo uno stile unitario, espressione di un ordine sociale ispirato alle geometrie essenziali della natura, elegante ma confortevole e soprattutto personalizzabile. Il trasformismo dei costumi e la loro versatilità hanno ispirato l’idea di cambi a vista durante lo spettacolo e piccole metamorfosi connaturate alla drammaturgia e al passare del tempo.

La cura del suono è in continuità con le scene e i costumi: sono i suoni della natura e delle api o la loro rielaborazione elettronica ad accompagnare i movimenti e le azioni. Unica eccezione, una breve incursione della celebre partitura della Sagra (o Rituale) della Primavera di Igor Stravinsky, che al suo apparire (1913) con la coreografia di Nijinsky, suscitò uno scandalo senza precedenti nelle arti sceniche. È un omaggio alle avanguardie storiche e al loro impulso creativo e anti-ideologico, che in qualche modo ci riporta alla religione naturale delle Api regine e ai loro riti di rigenerazione primaverile.