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includendo il testo ‘Le presidentesse’ di Werner Schwab

scene, audio, regia: Luca Camilletti
in scena: Angela Antonini, Simona Arrighi, Sandra Garuglieri, Francesco Masi
ottimizzazione, luci: Roberto Cafaggini
assistenza fuori scena: Chiara Vannuccini
veste grafica: Marco Mazzoni
traduzione: Umberto Gandini, per Ubulibri

ringraziamenti: Age Hoti, Alban Pjetrani, Albane Hoti, Alessandro Maffei, Anton Hoti, Broz Frashni, Broz Hoti, ‚Cesk Kercunga, Doris Digeser, Forum Austriaco di Cultura, Franca Censini, Franca Zanieri, Gentian Hoti, Giorgio Regali, Julia Rader, Kinkaleri, Kristin‘ Hoti, Lia Gentile, Loro Kercunga, Luigi Camilletti, Marieta Kercunga, Massimiliano Breschi, Pjerin Hoti, Robert Hoti, Stefania Balli, Svenja Rothbarth, Terese Hoti, Xhovana Hoti.

Il Laboratorio Nove si è conquistato negli anni passati uno spazio importante tra le strutture teatrali che si occupano di nuova drammaturgia. I suoi lavori su Sarah Kane, Mark Ravenhill, Sergi Belbel, Michel Tremblay, gli hanno valso nel 1999 il Premio Ubu e hanno fatto conoscere la sua formazione artistica in tutta Italia.
Con il progetto produttivo su “Le presidentesse” ci siamo proposti due obiettivi principali: il primo, quello legato alla continuità, conferma la vocazione alla migliore nuova scrittura europea della nostra compagnia; il secondo, quello legato all’innovazione, ci porta ad esplorare una strada nuova sia nella metodologia della nostra ricerca che nella costituzione del gruppo artistico che si impegna a realizzarla: accanto alle tre attrici che hanno condiviso tutte le esperienze produttive precedenti del Laboratorio Nove, si inserisce la direzione di Luca Camilletti, un artista dal percorso poliedrico sia nel teatro che, principalmente, nei territori della performance e del teatro-danza di estrema qualità.

Certo, conosciamo già tutto, e male. Se ci siamo dimenticati di qualcosa, conosciamo almeno tutti gli strumenti per ottenere una risposta, tranne quella relativa all’unico sbaglio. Vorrei essere disinformato, e con un’idea chiarissima per salvaguardare un principio etico senza il bisogno di occuparmene. E così per complicare le cose si impastano i pensieri intorno a un possibile spettacolo, e che sia un atto orfano. Un testo teatrale, per di più. Del signor Werner Schwab, recente e già classico, che non ha più bisogno di noi. Bisogna essere dei bugiardi onesti. E allora che si scotennino i fluidi marci dei meccanismi brutali della rappresentazione, nello splendore del loro mostrarsi con l’ausilio della retorica che fa rima con tumore del linguaggio. Farò una promessa, sì. Perchè ci sono giorni in cui non si può fare altrimenti.

E’ tutto così semplificato, ovvio, visto, inutile, copiato, plagiato, autonomo; e oltre a ciò la metastasi del linguaggio insozza la voragine del cervello con oscillazioni fra il risentimento e il privilegio, condizioni di pura contraddizione e concretezza dialettica. Per fare una promessa occorre relazionarsi direttamente alla scarsa quantità di cibo che si ha a disposizione per continuare a nutrirsi. Per non fare una promessa si ignorano i livelli culturali e oggettivi di benessere in cui ci si trova a stare. Ostentare un’ennesima rappresentazione sulle tavole di un palcoscenico, oggi, di un’umana volgarità o di una volgare umanità. La descrizione di una rappresentazione, la sua qualificazione di rettile canoro o mammifero senza lingua nel labirinto organizzato della scena: è questo il luogo. Ovvero la strategica stratificazione del linguaggio testuale e l’imbarazzo della scena a mostrarsi. Oppure il labirinto della pronuncia e l’inseminazione dell’artificio della rappresentazione. O anche parlare e fare, che non smentisce tacere e disfare. O ancora il disagio della letteratura teatrale nell’azione della scrittura. Werner Schwab e un suo testo; uno spettacolo e le domande della scena, quasi a prescindere dalla formulazione della domanda. Quindi si tratta di dichiarare un difetto, e questo è chiaro, non di mostrare l’amore nostalgico per il teatro o l’inadeguatezza della rappresentazione. Il tema dell’inutilità (e del falso, dell’inadeguato) è provocato da uno sconforto di relazione con il mondo, e con i mondi. E non si fa vedere sempre ciò che più potrebbe avvicinarsi al bello perchè alcune volte non se ne ha proprio voglia.

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